PIETRE D'INCIAMPO
 
Pavia - Piazza Petrarca
 
 
 

 

Pietra d'inciampo posta il 18 gennaio 2018 davanti all'ingresso dell'abitazione di Rosa Gaiaschi in piazza Petrarca 32 a Pavia.    

Questa testimonianza, in prima persona, è quella di Rosa Gaiaschi Pettenghi. 

Pavese, fu arrestata e deportata nel 1944. Condivido con voi le sue vicende.

Fonte: (http://www.giuliopapi.it/storie/Rosa/rosa1.html)

> Deportata a Bolzano

La sera del 20 settembre del 1944 i tedeschi
ci hanno prelevato dalle carceri di San Vittore e ci hanno portato a Bolzano. Durante il viaggio in pullman ho avuto la gioia di avere vicino a me mio marito e mio figlio. Il viaggio non era né bello, né brutto, ma sempre con lo spavento, perché non si sapeva dove si andava.
Quando siamo arrivati a Bolzano, hanno diviso gli uomini dalle donne. Un reticolato divideva i due campi, così al mattino quando ci si alzava si poteva parlare con i nostri mariti, con i figli. lo parlavo spesso con mio marito e con il mio ragazzo che aveva quindici anni e mezzo ed era ancora un bambino per me. Di pavesi a Bolzano ho incontrato l'Anna Bollo, Alberti, Gragnani con la moglie, Lambri, Gatti, Bertoni, Guglielmo Scapolla che era sempre insieme a mio marito e a Gragnani. Rispetto a Ravensbrück, Bolzano era il paradiso: mangiavamo due volte al giorno e discretamente: il lavoro non era pesante: io andavo ad attaccare i bottoni in una caserma di alpini. Avevamo una tuta blu con il triangolo rosso sulla manica ed il numero: il mio era il 49. Eravamo in baracche: alle nove tiravano il catenaccio, però ci si parlava attraverso un muro non troppo allo che divideva le camerate degli uomini da quelle delle donne. La Ginella chiedeva sempre a un certo Guido di cantare e lui ogni sera cantava "Buona notte mamma"; non era un canto allegro e ci faceva piangere spesso.

Ricordo uno che aveva cercato di scappare. L'hanno ripreso, l'hanno picchiato a sangue. Poi abbiamo saputo che, il giorno prima del nostro arrivo, ne avevano fucilati diversi su un monte vicino.
Le mestruazioni le hanno tolte subito. Da Bolzano io non le avevo già più, non so cosa mettessero nel mangiare: nessuna aveva più le mestruazioni. In un primo momento non ci si rendeva conto: "Chissà perché, forse la denutrizione, forse dopo... ". E invece poi abbiamo saputo: a Ravensbrück la Livia Rossi era addetta alle cucine e vedeva che mettevano una polvere nelle caldaie dove facevano la zuppa. Era riuscita ad averne un po'; diceva che voleva farla analizzare, ma poi si è spaventata e l'ha buttata via.
Il capo campo. Hans, era tedesco; l'ultima sera è venuto dentro urlando quando si stava già dormendo: una gli ha detto: "Va all'inferno, Hans". E lui ha risposto: "Domani mattina andate tutte voi all'inferno'" E difatti, all'indomani mattina, siamo partite per l'inferno. Alla partenza ci hanno ridato i vestiti e i soldi che avevano ritirato. Noi ci aspettavamo che ci mandassero a lavorare e lasciassero unite le famiglie. Invece, caricandoci sui carri bestiame, hanno diviso gli uomini dalle donne.

> Arrivo all’inferno

A Innsbruck il treno si è fermato
per staccare i vagoni degli uomini. Mi sono sentita terrorizzata: senza pensare a quello che mi poteva succedere. Sono saltata dal vagone con la Luisa Canera e sono corsa lungo il convoglio degli uomini, chiamando a gran voce i miei cari. Ho potuto salutarli e mandare un bacio. Poi i soldati mi hanno ricacciata a forza nel vagone.
Le condizioni sul vagone erano terribili: chiuse ermeticamente, al buio, stipate.
Eravamo disperate. L'unica che cercava di farci coraggio era la Paganini. Povera vecchietta, che era insieme alle due figlie. Bice e Bianca: "Vedrete che poi non è così brutto come lo dipingono il demonio. torneremo a casa presto, la guerra sta per finire: sarà questione di un mese o due”. Il viaggio è durato cinque giorni; qualche volta ci distribuivano un pezzetto di pane: quando si fermava il treno, ci lasciavano scendere a bere alle fontanelle delle stazioni. I nostri bisogni li facevamo sul vagone: avevamo fatto un buco nel vagone e a turno...
Quando ci hanno fatto scendere a Ravensbrück alcune del nostro vagone erano già morte.
Pensavamo che ci portassero a lavorare, ma non immaginavamo certo di trovare quello che abbiamo trovato. Quando siamo arrivate nel campo abbiamo visto delle belle casettine; credevamo che fossero i nostri alloggi, invece, erano le abitazioni delle SS. Poi, quando ci hanno portato nel campo grande e abbiamo visto le nostre è stato un disastro! La Topolino, una sposina di Torino, mi dice:
"Guarda là. Rosa, guarda là quante belle patate”. "Meno male, almeno si mangia". Dopo un po' vediamo caricare le patate: erano tutte donne morte! In lontananza sembrava un mucchio di patate: alcune deportate le prendevano, le buttavano sul carro, le portavano ai forni crematori. Vedevamo uscire qualche deportata dalle baracche: ci sembrava di vedere degli scheletri vestiti. Venivano vicino: "Dai, dai''. Cercavano di farsi dare qualcosa: ma quel poco che c'era l’avevamo consumato fra noi.
Siamo arrivate che era pomeriggio tardi: siamo state nel locale delle docce, tutta la notte in attesa: poi al mattino ci siamo spogliate, abbiamo dovuto fare il fagottino della nostra roba e metterla nel mucchio. Il locale delle docce era uno stanzone con delle canne che venivano giù. Ma serviva anche come camera a gas: quando mandavano a gassare le persone, le facevano passare sempre attraverso le docce dimodoché chi entrava li non sapeva se entrava per la doccia o per...

Ci hanno fatto le docce e poi ci hanno dato degli abiti: era una cosa ridicola, in un primo momento veniva voglia di ridere: chi magari aveva una camicetta stretta stretta, che non riusciva ad allacciarla, un'altra un vestito largo... lo avevo una gonna grigia tutta stracciata e una camicetta senza maniche marrone, di cotone. Poi ci hanno dato gli zoccoli olandesi. Gli abiti erano sporchi: così come li toglievano ai morti, alle morte li davano a noi. Per tutto il tempo che sono stata a Ravensbrück ho sempre portato quei vestiti, con una X dipinta dietro, perché così se uno scappava, lo si vedeva da lontano.
Non avevo mutande. Qualcuno riusciva a rubare magari nel mucchio qualcosa e se lo metteva addosso, ma io non ho potuto prender niente. Facevano il mercato nero, ma bisognava avere qualcosa da dare in cambio: io non avevo niente.
Dopo la doccia ci hanno radunato nel cortile: noi eravamo sempre spaventate per quel carro di donne morte che avevamo visto. Una francese passando ci ha detto: "Non prendetevela: c'è il tifo nel campo! Duecento al giorno circa muoiono così!", Poi ci hanno portato nelle baracche: io sono andata alla 17. Eravamo in più di 50; per dormire c'erano i castelli: in ogni spazio potevano starci al massimo due persone, ma eravamo in quattro o cinque una addosso all'altra: io ero con due russe e una polacca e non capivo una parola di quello che dicevano.
Su ogni lettuccio c'era solo un po' di paglia; al mattino, bisognava stendere la coperta su questa paglia e guai se faceva una piega. Una coperta doveva bastare per tutte. Poi, al mattino, ci davano un altro straccio di coperta e ce lo mettevamo in spalla per andare al lavoro, Responsabile della baracca era una prigioniera politica francese, Jumpa: non era né buona, né cattiva, non faceva differenze.

Quasi tutte le italiane che sono partite con me da Bolzano erano un po' in questa baracca, un po' in quella vicina, comunicante. Con me c'erano Livia Rossi, Maria Rossi, Maria Ravera, Ginetta Portalupi, Giorgina Bellak di Milano, Maria Sillini di Genova, la contessa Gonzati, la contessa Valdameri, tutte triangolo rosso. L'Anna Botto l'avevano messa nella baracca vicina, però ci si vedeva tutte le mattine andando a lavarsi: i gabinetti erano in comune, cinque o sei gabinetti per più di cento persone: bisognava stare attente a fare in fretta, non sempre si riusciva a lavarsi o a fare quello che si doveva. Quando siamo arrivate in baracca, noi le abbiamo prese perché dovevamo occupare il posto: per esempio, nella mia cuccia erano in tre, sono arrivata io, han dovuto far posto anche per me: allora son stati calci, pugni, perché in quel momento si diventa peggio delle bestie; ci si strappava quel pezzettino di posto come chissà che cosa.
Come primo vitto, ci hanno dato una 'miska', una scodella con delle bucce di patate, di barbabietole e una broda rossa, rossa che faceva schifo, lo non l'ho mangiata, ma poi ho dovuto abituarmi.
Quella notte ero tanto stanca: anche se ogni tanto mi trovavo un piede sotto il naso, ogni tanto un calcio, la gran stanchezza mi ha fatto dormire. Al mattino alle quattro è suonata l'adunata, siamo andate fuori e poi ci hanno rimandato dentro perché ci hanno fatto fare una giornata di riposo. All'appello ci mettevano tutte in fila, poi passava la SS, ci contava, guardava i numeri: ormai noi dovevamo dimenticare di avere avuto un nome. Ci hanno portato via tutto quello che possedevamo, persino le forcine dei capelli. La SS, con l'interprete al fianco, ci ha detto: "Da questo momento dovete ricordarvi che non siete più persone, siete numeri; il vostro compito è di ubbidire, lavorare e basta, Non protestate, non litigate fra voi perché sarebbe peggio per voi".


> Al campo


Ah, l'appello! Si stava magari un'ora o due sotto la pioggia, sotto la neve, tutte le mattine. Poi, tante mattine, dovevamo andare in campo spoglie... nude, proprio nude: facevano magari per vedere se avevamo i piedi piatti, per guardare se gli occhi funzionavano, se c'erano i pidocchi in testa, per scegliere le malate, tutte nude!
Tra noi italiane cercavamo di comunicarci i nostri pensieri, le nostre paure, i nostri brutti presentimenti, vedendo quei carri pieni di morti che portavano al crematorio". Era una cosa che... si era bestie... non si ragionava più neanche fra noi.
Dopo la quarantena ci hanno mandato prima a tagliare le piante, poi alle sabbie: c'era una montagna di sabbia e una buca fatta forse da una bomba: dovevamo riempirla: in fila, ognuna prendeva una badilata di sabbia e la buttava nel mucchio accanto e così via, a catena, fino alla buca. Guai se si lasciava venire il mucchio alto; voleva dire che eravamo poco volonterose. Allora erano calci, legnate! Eravamo guidate da donne: erano peggio degli uomini, peggio! Erano felici di vederci piangere, di farci male. Noi si diceva: "Perché son tedesche". Per noi dire ‘tedesco' era la cosa peggiore, peggio di dire 'Belzebù’.
Dovevamo essere sul lavoro per le sei del mattino: prima di partire davano una scodella di brodaglia nera: loro lo chiamavano caffè, ma erano foglie di piante bollite. Certo, bastava a mandar giù qualche cosa di caldo; si beveva anche volentieri, amaro naturalmente. Poi si andava al lavoro. Era molto, molto freddo, ci portavano fuori del campo. Ogni tanto incontravamo dei deportati che entravano in un altro campo: li abbiamo incontrati diverse volte, ma non osavamo guardare, perché allora erano legnate. A mezzogiorno ci portavano una scodella di brodaglia, e poi la sera, in baracca, un pezzettino di pane, con una fettina, un'ostia, di margarina e basta. A mezzogiorno la sosta durava un quarto d'ora, poi dovevamo riprendere subito a lavorare fino alle sei di sera.

Il lavoro alle sabbie è durato fino ai primi di novembre. Si diminuiva gradatamente di peso, non si aveva più voglia di niente, neanche tra noi si parlava più troppo; soltanto chiedevamo notizie quando passava qualcuna da un altro campo. Ma che notizie erano?... La chiamavamo ‘radio boiolo’ perché erano cose inventate, tanto per darci un po' di coraggio.
Quando si arrivava al campo, che si era ancora un po' floride, le tedesche chiedevano chi voleva andare per il lavoro nero, a far compagnia al tedeschi. Ci sono state due o tre francesi che hanno accettato e diverse olandesi; di italiane, per fortuna, neanche una e per questo ci sentivamo ancora più avvicinate, più affratellate.
A poco a poco eravamo diventate amiche anche con le deportate degli altri paesi. Però c'è voluto del tempo e abbiamo dovuto spiegare chi eravamo. Perché in principio ci chiamavano: "Fascista. Mussolini. Badoglio, tu Mussolini". lo avevo fatto amicizia con una francese, è stata lei a fare da interprete, a dire alle altre che noi eravamo lì perché eravamo contro i fascisti. Ero amica anche di una russa: questa poverina faceva pena. l'avevo sempre vicina. Alla mattina. all'appello, non ce la faceva a stare in piedi; io ero dietro di lei, cercavo di sostenerla un po’, mi diceva: "Core. mazo core: tanto male"; allora le facevo un massaggio alla schiena per riscaldarla un po'. Quella notte disgraziata, in baracca, lei continuava: "Mazo core, mazo core... ". Un bel momento ho detto: "Irka, smetti, è quasi ora di alzarsi e non ho ancora chiuso occhio, smettila un po’!" Lei allora non gridava più, mi accarezzava la mano, me la baciava e poi s'è... Ho detto: "Meno male, si è addormentata". Ho dormito anch'io una mezz'ora, poi le dico: "Irka. fatti in là". Mi aveva appoggiata la testa sulla spalla... Era morta. Mi son presa una cosa... Ma perché l'ho sgridata! Ero stanca, ero sfinita. non ce la facevo più. Dicevo: "Adesso è ora di alzarsi. come faccio! E se non riesco a fare il mio lavoro, qui son legnate... " Povera Irka, avrà avuto 18 anni!

La Canera era andata nella baracca vicina. insieme all'Anna Baldisserotto di Milano e all’Anna Botto. Anna Botto era sfinita. Continuava a dire: "lo non ce la faccio. io non ce la faccio tutte le mattine ad andare all'appello; io a fare tutta quella strada non ce la faccio". Siccome avevano chiesto chi voleva andare nel blocco delle invalide a lavorare a maglia, lei ha accettato subito, anche se io la sconsigliavo perché non c'era da aspettarsi buon cuore dai tedeschi. Dopo qualche giorno, una settimana neanche che era là, ci incontriamo al Wasser, ai gabinetti, e le dico: "Anna, come va?" Mi guarda con gli occhi fissi e poi si mette a cantare: "Ritorneremo a maggio con tante rose". Era diventata matta. Quando ormai non ero più a Ravensbruck ho chiesto di lei, mi hanno detto che il blocco delle invalide, delle pazze, era stato distrutto col lanciafiamme.

I pidocchi erano una cosa spaventosa! Il nostro daffare quando si tornava in baracca, era spidocchiarci: ma se ne uccideva uno e sembrava che ne nascessero dieci. Avevano una riga nera in mezzo, dicevamo: "Proprio anche i pidocchi sono tedeschi".
Noi eravamo sempre comandate dalle donne; le SS le vedevamo, le sentivamo anche urlare, perché urlavano dalla mattina alla sera. Davano ordine alle tedesche di picchiare, di maltrattarci; per loro eravamo delle bestie. Alle volte sentivamo gli aeroplani passare... " Almeno venissero a bombardare qui"; invece il campo era tutto illuminato, giorno e notte, dai fari, così gli aerei passavano e non lasciavano giù niente (perché noi si sperava anche quello, alle volte, tanto eravamo stufe di quella vitaccia!). Una volta, c'era un traffico... Hanno detto: "Domani arriva Himmler". Eravamo terrorizzate, perché era la pecora nera, a sentire le altre; invece, per fortuna, non è venuto dalla nostra parte. Io portavo il numero 77395: vuol dire che ce n'erano almeno 50.000 nel campo, quindi non poteva visitare tutto nelle due o tre ore in cui è rimasto.
Di Ravensbrück ricordo le legnate che prendevamo, quelle erano all'ordine del giorno. Poi l'odore: dalla mattina alla sera si sentiva la puzza di carne bruciata; persino gli abiti, la roba che si mangiava aveva quell'odore, acre, unto. Quelle che erano dentro da più tempo di noi dicevano che portavano delle deportate a fare esperimenti nel Revier, ma non so che tipo di esperimenti.

> Lavori forzati

Un mattino, quando c'è stata la solita adunata, ci hanno prelevato in dieci italiane e ci hanno detto: "Voi andate in un altro campo a lavorare". Eravamo io, Maria Zonta, Maria Raimondi, Livia Rossi, Maria Rossi, la Topolino, Gina, Franca Renzi di Napoli, una zingara di nome Antonia. Quando sono partita da Ravensbrück mi hanno dato un vestito blu un po' più pesante, con la X tracciata dietro, un paio di calze da uomo e gli zoccoloni olandesi però fatti a scarpa. Ci hanno portato col treno, poi ci hanno fatto fare a piedi, nella neve tre chilometri e più fino a Henigsdorf. Hanno portato me e Franca Renzi in un blocco, le altre in un'altra baracca, Maria Rossi e la Zonta da un'altra parte.
Eravamo in due ogni letto, c'era persino un materasso di paglia con una coperta ciascuno. Noi siamo arrivate che la baracca era vuota e abbiamo dormito tutta notte: "Ma pensa, siamo signore. Un castello tutto per noi". Verso il mattino sentiamo: "Ticchete, ticchete... ", zoccoloni che arrivano: entrano una ventina di donne e si mettono a parlare; ma chi capiva il russo e il polacco? Stavamo là come delle oche.
Fra loro c'era una polacca: viene vicino e ci chiede da che parte veniamo: a me è venuta una rabbia perché non riuscivo a farmi capire e ho detto: "Veniamo dall'inferno'", in italiano. Lei, allora: "Inferno, Dante, italiano, italiane'" Ho detto: "Sì". Anche le altre si sono affratellate subito, ma la Nina mi è sempre stata vicina, mi aiutava. se non fosse stato per la Nina non so se sarei tornata. Alle volte, se mi vedeva triste, mi metteva un dito sul naso e mi diceva: "Ti, piccolo bambino". Anche adesso me lo scrive: "Ti, piccolo bambino". Lei parlava il francese, l'inglese, il tedesco, era molto istruita: io e lei parlavamo francese e lei mi faceva la traduzione con le altre.
Alla sera Nina e le polacche mi dicono: "Umaga, umaga. attenzione, attenzione!

“Vai a chiamare le altre italiane". lo vado e le faccio venire nella baracca che era proprio vicino alla strada. Nina prende me e Franca Renzi strette vicine e dice: "Chico Dagni. Non parlate, sentiamo cantare in italiano: "Va pensiero...". lo stavo per urlare e la Nina mi ha chiuso la bocca. Son passati degli italiani vicino alla nostra baracca, si può immaginare la commozione. Allora mi sono detta: "Qui bisogna cercare di parlare con questi italiani". All’indomani prendo la Topolino (era una ragazza di nome Ada. la chiamavano Topolino perché era alta così. ma svelta che... guai! era così furba che la faceva sotto agli occhi anche alle tedesche) e le dico: "Andiamo fuori io e te e parliamoci, cerchiamo di farci sentire". Infatti alla sera, quando abbiamo sentito avvicinarsi gli italiani (i tedeschi erano contenti di sentirci cantare, per la popolazione) la Topolino comincia: "Mamma Rosa, dove sei?". "Sono qui. E tu dove sei?". "Sto rosicchiando una crosta di formaggio. adesso arrivo'". Gli italiani si son fermati di colpo: allora la Topolino si è messa a cantare: "Andate, andate non fermatevi, che è peggio per noi". "Ma, come, anche le donne hanno portato in questi luoghi?". "Andate. andate via, dateci notizie'". Allora abbiamo inventato una canzone, loro passavano e noi si cantava: "Notte, tu che sei fatta per amare, notte per noi significa soffrire e soffro assai perché son qui rinchiusa in prigione senza un fil di soddisfazione, senza speranza di tornar. Oh italiano che passi per questa via, dammi tu notizie dell'Italia mia". E loro ci rispondevano il giorno dopo, sempre cantando: "Non tengono più la pace né notte, né giorno, bombardamenti intorno e su Berlino stan: su italiane, su coraggio, che i russi son qua. Presto verranno nel tuo lager a dar la libertà". La canzone l'avevamo scritta la sera. un po’ l'una, un po’ l'altra: usavamo dei pezzettini di legno bruciato e la carta con cui era avvolta la roba che portavano nel campo.

Ci hanno mandato a tagliare la legna nei boschi, i primi due o tre giorni, un gruppetto di polacche e due italiane. Io e Franca Renzi segavamo gli alberi come gli uomini: noi dovevamo produrre come gli uomini, altrimenti ci pestavano. Poi ci hanno destinato alla fabbrica che distava tre chilometri dal lager e undici da Berlino. Era pesantissimo il lavoro in fabbrica: là diverse di noi sono state destinate a far le bombe per gli aerei e i tedeschi dicevano: "Ancora poco, poi noi... tutti kaputt. Italia tutta kaputt'". Allora abbiamo pensato di fare del sabotaggio: io dovevo infilare delle cannucce di plastica nel fili di rame dentro dei tubi di porcellana; prima di infilarli cercavo di prendere due o tre fili di rame da una parte. due o tre dall'altra e facevo fare contatto, poi li infilavo dentro il tubo: nessuno vedeva niente, quando andavano al collaudo si spaccavano: e allora la colpa non era nostra, ma di quelli che fabbricavano la porcellana perché era debole. Le polacche e le russe, quando hanno visto, erano felici di poterlo fare anche loro!

>
Altri italiani

Dall'altra parte della nostra fabbrica c'erano degli uomini: fra questi, due o tre italiani. Erano militari che erano passati liberi lavoratori; loro potevano uscire ed erano pagati quasi come operai. Chi ha scoperto che erano italiani è stata una russa, la Irka, che me ne ha indicato uno. Facevamo il turno di notte e ci davano un quarto d'ora di sosta. da mezzanotte alle dodici e un quarto: i caporioni andavano a prendere il caffè, noi ci scambiavamo qualche parola e potevamo andare vicino a una caldaia in mezzo alla fabbrica. Quell'italiano veniva a prendere l'acqua bollente per farsi il tè; io e la Nina gli siamo andate vicino e ci siamo messe a parlare tra noi. lo ho chiesto: "Ma è vero che lei è italiano?" Si è fermato, non so come ha fatto a non scottarsi le mani! È rimasto lì: "Come? Italiane donne, qui dentro? Come mai?". lo fingevo di parlare con la Nina. in realtà parlavo con lui. che mi voltava le spalle, Bisognava far così per non essere scoperti. E così ci siamo ancora parlati altre volte.
Una volta lui mi fa passare un biglietto: ma dal portone principale era rientrato il 'maestro' degli uomini e aveva visto qualcosa perché è corso a controllare chi aveva consegnato il biglietto. La Nina subito me lo ha portato via e l'ha nascosto. Lui intanto arriva dalla nostra parte, guarda in giro, poi viene da me e mi dice: "Ti, papier italien". Le polacche sono saltate lì pronte e hanno detto: "No, Rosa sempre qui, sempre qui". La Nina in tedesco ha detto che ero sempre stata con loro; allora è andato via. Ho chiesto alla Nina di darmi il biglietto. "No. Tu non conosci i tedeschi." Alla sera, all'uscita dalla fabbrica, ci hanno fatto spogliare tutte, completamente. Cercavano il biglietto e se lo trovavano erano guai, perché c'era scritto: "Domani mi mandano a combattere. mi vestono da tedesco. Mi mandano a combattere contro gli italiani; si figuri se faccio una cosa del genere. Tenterò la fuga, se mi va bene sarò a Pavia prima di lei e porterò notizie ai suoi cari". lo, prima, quando mi chiedeva di dove ero, gli avevo dato l'indirizzo. Mi porto vicino alla Nina e pensò: "Se le trovano il biglietto dico: non è suo. È stato scritto da un italiano, io sono italiana". Prima però la Nina aveva visto una delle poliziotte che andavano avanti e indietro con il fucile in spalla: era bella, allora la Nina con un carboncino, su un pezzo di carta della fabbrica, le aveva fatto un bel profilo, riuscitissimo. Poi glielo aveva dato, quella era così contenta che alla sera, quando c'è stato lo spoglio, la Nina si è portata vicino a questa tedesca e lei l'ha fatta passare.

Neanche in baracca la Nina ha voluto darmi il biglietto: "Te lo do domani". mi ha detto. E aveva ragione. La sera ci lasciano coricare, poi viene dentro un picchetto di SS: fuori tutte, spogliate in mezzo al campo. Ma non hanno trovato niente. Quando siamo rientrate, la Nina, che aveva nascosto non so dove questo biglietto, me lo ha dato. L'abbiamo letto, la Nina l'ha spiegato alle altre; tutte mi abbracciavano contente, poi mi dicevano: "Coraggio, perché presto la guerra è finita: la va a pochi". Poi abbiamo buttato il biglietto nella stufa.
In fabbrica c'era il maestro, quello che distribuiva il lavoro; poi c'era il comandante-capo, che noi chiamavamo 'il Tigre'. perché era una bestia. arrivava dietro, anche se si stava lavorando bene magari dava un pugno sulle spalle o in testa, un calcio. Noi ormai non ci aspettavamo nient'altro: quando si arrivava alla sera senza prendere un calcio dicevamo: "Beh, oggi è stata una buona giornata'''. Poi c'erano le poliziotte, che giravano avanti e indietro e due donne civili, che venivano da fuori, e ci sorvegliavano sul lavoro. Una era abbastanza buona, non ci trattava male, ogni tanto ci faceva un sorriso, cosa addirittura straordinaria per noi. Una volta, siccome si avvicinava il Natale, ha detto alla Nina che aveva un nipotino, ma non c'erano giocattoli; allora la Nina ha detto che, se le portava la stoffa, le avrebbe fatto un bel pupazzo; lei gliel'ha portata e stava attenta per lasciarla lavorare e farle fare questo pupazzo. Alla vigilia di Natale ha portato alla Nina un po' di pane e due o tre biscottini: passa vicino al mio banco e mette là il biscotto anche a me. lo ho preso il suo biscotto, l'ho messo da parte e ho detto: "Non voglio niente dai tedeschi, non voglio la pietà dei tedeschi". In italiano, ma lei ha capito. Ma è stata abbastanza generosa, perché io mi aspettavo un pugno: invece ha preso il biscotto e dopo un po' mi è passata dietro e me lo ha messo in tasca. La Nina mi ha sgridata: "Non dovevi fare così!". "Ma vah, tu e i tuoi tedeschi". Alla sera. quando siamo tornate, ho preso il biscotto e l'ho portato in infermeria a una delle nostre che era ammalata.

L'infermeria era una baracca, arredata con i castelli: se non altro c'erano le lenzuola, magari sporche di pus, perché quando moriva una, allo stesso posto, senza cambiare le lenzuola, ne mettevano un'altra: ma, ad ogni modo, era meno peggio che a Ravensbruck. C'erano una dottoressa polacca e una francese. Quella polacca era una bestia; era una prigioniera, ma era diventata l'amante di uno dei tedeschi e allora ci trattava male, specialmente le italiane. Una volta hanno fatto il controllo ai vestiti: eravamo tutte piene di pidocchi fin sopra i capelli: alle altre non ha fatto niente, invece a me ha preso una bottiglia, non so di che liquido si trattasse, e me l'ha versata nella scollatura. Son diventata tutta rossa e poi tutta una piaga. Nell'infermeria potevamo stare due o tre giorni; quelli gravi li rimandavano a Ravensbrück. Di italiane ne è stata rimandata una sola, si chiamava Gina.
A Henigsdort mi hanno dato le mutande; non ho mai avuto il cambio, non potevo lavarle: non potevo quasi lavarmi neanche la faccia! Ogni tanto, alla domenica, ci portavano alla doccia, senza sapone né asciugamani: prendevano i vestiti e li buttavano in un forno e poi ce li rimettevano: alle volte, invece, li rimettevamo ancora così, bagnate come si usciva dalla doccia, perché non c'era niente per asciugarsi.
Il freddo era tremendo, una cosa addirittura spaventosa: forse anche per la denutrizione, il lavoro eccessivo, la gran magrezza, lo sentivamo ancora di più: io avevo sempre freddo. In baracca, la sera, per una mezz'ora, un'ora, facevano accendere la stufa. Noi ne approfittavamo per metterci sopra, tagliuzzate, le bucce di patate, facevamo delle specie di frittelle: erano una bontà! Le bucce andavamo a rubarle nella spazzatura, fingendo di andare ai servizi. La Livia, che era in cucina. a volte mi portava qualche patata, una volta mi ha portato una scodella di zuppa; cercava di aiutare, perché lei aiutava tutte le italiane. La fabbrica era riscaldata: se ci fermavamo a Ravensbrück, noi un po' deboli non si riusciva a portarcela fuori.
Responsabile della nostra baracca era una polacca: era buona. La mia compagna nel castello in principio era Franca Renzi, poi una certa Edviga, una polacca. Franca Renzi è stata rimandata a Ravensbrück perché stava male, le girava la testa, ogni tanto aveva svenimenti, ma si è salvata: l'ho ritrovata, è venuta a trovarmi; suo marito è morto anche lui in campo.
Anche ad Henigsdort il letto doveva essere fatto alla perfezione; poi c'era l'appello: ci contavano in campo, all'uscita c'era il tedesco alla porta che ci ricontava; quando arrivavamo in fabbrica, alla porta c'era un altro tedesco che ci ricontava; quando eravamo al posto, il nostro maestro ci contava per vedere se c'eravamo tutte: era un contare continuo.

> Natale

A Natale non abbiamo lavorato. Le polacche avevano raccolto per strada dei pezzetti di legno e avevano fatto una croce. Alla vigilia di Natale l'italiano con cui parlavo mi è passato vicino e mi ha messo un fagottino in grembo, C'era dentro un panino bianco, una cosa straordinaria, un pezzo di salame e un frutto. Ho detto:
"Questo lo divideremo tra noi italiane". La mattina di Natale, all'orario solito, le polacche si sono alzate, hanno messo la croce in mezzo alla baracca e si sono messe a cantare le orazioni sottovoce. Han detto il rosario. Io però sono rimasta nel castello perché era l'unico momento che potevo stare un po' sola. Quando hanno finito di cantare, mi sono alzata, ho preso il mio panino bianco, l'ho spezzato in tanti pezzettini. l'ho distribuito a tutte e ho dello: "Ragazze, oggi è Natale. Facciamo anche noi la comunione; viene da un italiano. diciamo una preghiera anche per lui e facciamo la comunione con questo: credo che Dio l'accetti più di quella che si fa in chiesa". Abbiamo pianto, riso... A mezzogiorno ci hanno distribuito la solita zuppa, abbastanza abbondante, un pezzo di pane e un bicchierino di birra. Ho pensato: "Guarda lì, ci hanno fatto fare un bel Natale, chissà se stasera ci danno ancora qualcosa". Alla sera, quando è l'ora del gong per andare a ritirare la zuppa, non suona. Andiamo vicino alle cucine, è tutto spento: viene fuori la comandante e dice: "Da oggi, sospeso il pasto della sera". Proprio il giorno di Natale! E da allora ci davano da mangiare solo a mezzogiorno: alla sera si piangeva, si cercava di strappare un po' d'erba quando si andava in fabbrica, ai margini della strada, o delle foglie che cadevano dagli alberi e si cercava di mangiare di quello.

Per scaldarci la sera, raccoglievamo in fabbrica un po' di stracci, quello che buttavano via, la carta. Un giorno di gennaio, avevo raccolto della carta unta e me l'ero nascosta in tasca. La sera. arriviamo al campo, fanno lo spoglio e me la trovano. Allora han preso nota del mio numero e la domenica mattina mi hanno chiamato: dovevo andare fra un reticolato e l'altro con un secchia senza manico a raccogliere la neve e le foglie morte, mettere tutto nel secchio e fare i mucchi: non so a che cosa serviva, ma era per castigo, tanto che poi sono svenuta; ero stanca, morta di fame, perché a me non avevano dato la zuppa, quel giorno. Allora è entrato 'il Tigre', mi ha dato un calcio, che ne sento ancora adesso le conseguenze, mi ha fatto alzare, mi ha fatto fare ancora due o tre giri e mi ha mandato in baracca. La Livia è corsa là, mi ha portato una scodella di zuppa, che mi aveva nascosto, e due patate, per rianimarmi un po’.
A parte calci e legnate, altre torture ad Henigsdorf non ne ho viste. A Ravensbrück, invece, se ne son viste diverse. Per esempio, se una faceva una mancanza. la lasciavano nel campo. legata a un palo per tutta la notte e, anche se urlava, doveva restar là: a un'altra (io non l'ho vista, me l'hanno detto) han tolto un dente, ma non completamente; mentre il dente traballava ancora, con una mano sopra e una mano sotto hanno schiacciato, di modo che... un male tremendo! Quando si andava al lavoro ci mandavano i cani dietro, e se una usciva di fila, i cani la mordevano.
La sera si parlava di casa nostra; io non facevo altro che parlare di mio figlio, di mio marito, mi faceva tirare avanti il pensiero di tornare in Italia: la famiglia era la cosa che più mi interessava: "Anche se trovo la casa distrutta, qualsiasi cosa, purché trovi ancora i miei vivi".
C'era un'ebrea con noi, un'ungherese, giovane: le avevano tagliato i capelli a zero. Alcune polacche, come la Kascia, che era cattiva come il diavolo, non la potevano vedere: "Ti juda, li juda'", continuavano a buttarla da una parte. Allora io e la Nina, quando eravamo sedute in baracca e lei stava sola nella sua cuccia, la chiamavamo vicino. Si parlava in francese fra noi tre; anche la lutta Panuroma e la Edviga l'aiutavano. È una grande pianista ungherese, e almeno per le feste ci scriviamo sempre.

> I bombardamenti

Il 18 marzo è stato il più bel giorno che abbiamo passato ad Henigsdorf: uno stormo di aeroplani sul nostro campo! Ci hanno fatto scendere tutte nei bunker: ci hanno lasciato 36 ore senza mangiare, senza dormire, e si sentiva il bombardamento continuo, è stata una notte tremenda. Al mattino, quando ci hanno fatto uscire, abbiamo guardato verso Berlino: era uno spettacolo meraviglioso! Si vedevano fiamme che salivano, fumo! Allora, tutte contente, ci siamo abbracciate: "Berlino è distrutta! Berlino è distrutta'''. Abbiamo preso tanti di quei calci, di quelle legnate, ma non le sentivamo, per la gioia di vedere distrutta Berlino e la nostra fabbrica. Abbiamo pensato: "Bene, adesso non ci manderanno più a lavorare". Invece, all'indomani (pioveva a dirotto), ci hanno mandato fuori ugualmente dove c'erano le macerie. Dovevamo trasportare i mattoni e scegliere i chiodi e i ferri della stessa qualità, guai se uno era più piccolo o più grosso dell'altro! Anche lì era una legnata. Poi passavano i carri e buttavano tutto assieme. Era crudeltà mentale, proprio: farci stare tutto il giorno sotto la pioggia a scegliere questi pezzetti di ferro, guai se non erano precisi, e poi loro li buttavano tutti assieme.

I giorni seguenti si andava a fare questi lavori nelle macerie. Una ha tentato di scappare, è stata ripresa dai cani, finché l'hanno riportata in campo e dopo è morta. La sorveglianza era diventata peggiore, erano diventati più cattivi, anche perché vedevano che perdevano la guerra. Quando siamo partiti, il 20 di aprile, ci hanno dato un bel pane intero a tutte. Però non sapevamo per quanto tempo doveva durare, allora per strada si raccoglieva un po' d'erba, un po' di paglia, perché dentro c'era ancora qualche granellino di frumento, e si mangiava di quello.
Dovevamo servire alle famiglie tedesche che scappavano sui carri. Noi stavamo ai lati per proteggere la loro fuga; venivano gli aeroplani a bassa quota, vedevano i prigionieri e non bombardavano mai. I tedeschi ci guardavano come cani rognosi, addirittura. La sera dormivamo per terra, sulla strada abbracciate l'una all'altra, con addosso la coperta. Le donne che non ce la facevano più le mettevano in ultimo della fila: poi, quando eravamo in marcia, con un colpo alla nuca, le buttavano per terra e le lasciavano là.
Pareva che dovessimo essere portate alle coste dell'Olanda, caricate su una nave e fatte saltare in aria, ma il comandante continuava a sbagliare strada.

Quando sono partita da Henigsdorf pesavo 36 chili circa, però ero tutta gonfia. Un mattino, era il 7 di maggio, eravamo in un cascinale, non sentiamo il fischietto che ci chiama. lo avevo ricevuto l'ordine di mettermi ultima della fila, la sera prima: avevo capito: "Non gliela faccio più. Tanto, se non mi ammazzano loro, devo buttarmi per terra". La Nina mi ha abbracciato, si è messa a piangere; le ho detto: "Come sei sciocca; io domani ho finito, ma voi, lo sapete cosa farete?". Appunto quel mattino, non sentiamo il fischietto, van fuori due o tre polacche, si mettono a urlare: "I tedeschi non ci sono più!". Andiamo fuori tutte: c'erano tutti i carri rovesciati, le divise per terra, i fucili, tutto là ammucchiato: erano scappati. Noi, felici, beate: io ero come istupidita, una scema sembravo.
Esco anch'io per correre ma son caduta per terra.
Due o tre italiane, Maria Zonta, Maria Rossi di Bologna, la Topolino, mi hanno raccolto e mi hanno messo in una carriola. Allora mi son tolta le mutande, le ho messe su un bastone per far vedere che ci arrendevamo: ah, era uno spettacolo... bisogna aver provato. Adesso vien da ridere, ma in quel momento li... Arriviamo su un rettilineo, ci sembra di vedere gli americani: ho detto: "Andiamo incontro agli americani, che almeno ci salvano". Tutt'a un tratto da una strada salta fuori un gruppo di SS e si mette a sparare. Tutti scappavano. Non eravamo solo noi donne, c'erano soldati italiani e tutti cercavano di mettersi in salvo. Noi ci siamo buttate per terra, poi, finita la mischia, abbiamo scavalcato morti e feriti. Arrivata dall'altra parte della strada, ero tutta rossa di sangue; pensavo di esser ferita, ma di ferite non ce n'erano, era sangue di quei morti.

> Arrivano i russi

Siamo arrivate in un cascinale; mentre eravamo là qualcuno ha gridato: "Arrivano i russi, arrivano i russi'". lo ero appoggiata a un muro e non ce l'ho fatta a corrergli incontro. I russi e i polacchi che erano con noi urlavano. È entrato il comandante seguito da un drappello di soldati. Quando è stato vicino a me, mi ha chiesto chi ero; io gli ho dello: "Wolka, Italia". "Ti arbeil?", "No - ho detto - niet arbeil, mi partizan". "Ti partizan, dobra partizan!", mi ha abbracciato, una festa Ha dato ordine ai soldati di andare in giro a raccogliere tutto quello che trovavano; se c'erano ancora delle famiglie tedesche, mandarle fuori e ricoverarci noi.
Quei ragazzi han trovato un'anatra, una latta di benzina vuota, han preso un po' d'acqua da un fosso e l'han fatta cuocere. Mi han detto: "Tu non devi mangiare" (perché ero gonfia). "Ti diamo un po' di brodo, poco per volta." Difatti mi davano qualche cucchiaio di brodo.
Siccome non avevano niente, i russi ci hanno dato il permesso di passare oltre l'Elba dove c'erano gli americani. Abbiamo trovato due cavalli e un carro e ci siamo avviati al di là dell'Elba. Per strada abbiamo incontrato tanti carri di ex prigionieri, ex deportati e ogni carro portava la sua bandiera; non si sa come sono saltate fuori tante bandiere: noi avevamo la nostra, fatta con stracci: un pezzo di camicia di un soldato, un pezzo di divisa di un altro e così via. Siamo arrivati in un paese; eravamo in un campo d'orzo: mentre eravamo là, vediamo due o tre francesi, uomini, che si alzano e vanno vicino a due, vestiti col vestito a zebra, e cominciano a pestarli: erano due aguzzini che avevano loro nel campo. Per salvarsi si erano travestiti da deportati; gliene han date tante, c'era uno che aveva via mezzo polpaccio; glielo faceva vedere: "Guarda qui, cosa mi hai fatto!", zump! una pedata! Erano diventati come due teste di maiale; io ero là impassibile, guardavo, non mi sembrava neanche vero... mi fa pena vedere picchiare una bestia, ma quasi ero contenta che gliele dessero.

Poi mi hanno portato in un'infermeria degli americani. La dottoressa americana si è messa a piangere, perché vedeva degli scheletri. Ci interrogava: un po' in italiano, un po' in francese, ci siamo fatti capire. Lei tutta notte non faceva altro che girare avanti e indietro tra noi: a chi dava un pezzetto di cioccolata, o una zolletta di zucchero; così per due o tre giorni: dopo son tornata con le mie amiche.
Avevo sempre il mio vestito blu, però abbiamo fatto una bella doccia, una disinfezione. Forse era la prima volta che adoperavano il DDT, perché in un attimo ci hanno spidocchiati. Ci davano da mangiare fin troppo: anche tre o quattro etti di prosciutto crudo per ciascuno, delle 'miske' di patate cotte. Non si poteva mangiare tutto; aspettavamo la notte, quando non ci vedevano, per andarle a seppellire.
Nel campo americano siamo state una decina di giorni: poi ci hanno portato nei paesi. lo ero a Tespe, con altre italiane: poi c'erano Barum e Butlingen: in ogni paese c'era qualche italiano. Noi abitavamo al piano terreno, sopra di noi c'erano degli italiani che erano andati a lavorare in Germania e dicevamo: "Voi siete venuti qui ad aiutare i tedeschi, adesso dovete aiutare noi": li mandavamo a raccogliere i fagioli, patate e noi facevamo da mangiare per tutti.
Un giorno stavo sbucciando le patate e viene là uno di questi e dice: "Rosa, c'è di là una signora che chiede di qualcuno di Milano o di Pavia" "Ah, di Pavia sono io'" Vado di là, c'era la Luisa Gragnani: ci siamo abbracciate e lei continuava a dire: "Ma tu non sei Rosa, perché Rosa è morta, tu non sei Rosa'" "Ma sì, sono io!".

All'indomani siamo andate a Barum: ci hanno accompagnate due italiani che ci avevano aiutato molto. Immaginarsi quando siamo entrate nel campo! Ho incontrato la Giorgina Bellak, la Ginella, la Franca Renzi, diverse amiche che erano state con me a Ravensbrück. Han detto: "Domani siamo invitati tutti a Butlingen". Era il ferragosto: vado al comando inglese e dico: "Voglio andare a Bullingen: so che tutti i giorni la camionetta parte a portare i rifornimenti ai vari paesi; io vengo con voi". Ci han detto di sì, così io e la Nina Cucchi siamo andate a Butlingen. Arrivate al campo. vedo un italiano che aveva in mano un'asse piena di ravioli: come mi vede, pluff, lascia cadere tutto: "Rosa'". lo lo guardo: "Oh, ma sei tu'". Era uno che era stato impiegato insieme a me, quando ero al "Consorzio frutta", Pelucelli, ma lo chiamavano 'il Pelu: era un militare. Che festa ci siamo fatti. Quel giorno abbiamo mangiato i ravioli, si è stati tutti contenti. La sera è ripassata la camionetta degli inglesi che ci ha riportato a casa nostra.

> Il ritorno a casa

Sono tornata a casa a fine agosto, perché eravamo proprio ai confini e prima sgombravano i campi più vicini. Ero felice di essere libera, ma il pensiero dei miei era il tormento più grande e non si poteva scrivere. Poi, finalmente, arriva l'ordine di partenza. Durante il viaggio eravamo quasi tutti italiani, fra noi ci si trattava bene: mi avevano fatto una specie di amaca e dormivo lì sopra. Alla mattina del 26 agosto Giulio Sassoli, uno di Bologna, mi sveglia: "Mamma Rosa, guarda cosa c'è". Salto giù dall'amaca e guardo: "Sai cosa sono? - mi dice - Quei monti ci dividono dall'Italia, di là c'è l’Italia'" Mi sono messa a urlare, tutti sono saltati in piedi, si può immaginare la festa' Ci siamo abbracciati, si piangeva, si rideva.

Siamo arrivati a Bolzano; lì abbiamo fatto un po' di sosta e poi siamo ripartiti per l'Italia. A Pavia sono arrivata in treno. Tutti i giorni mio figlio, che era tornato due mesi prima di me, mio fratello, mia cognata andavano alla stazione: combinazione, quella mattina che sono arrivata, alle 7 del mattino, mio figlio dormiva. Mi son trovata di fronte mio fratello e mia cognata. Per prima cosa ho chiesto: "E Ugo?" "Ugo è a casa." “E Mario?" "Mario non ancora, arriverà a giorni" "Avete notizie?" "No" "Allora, a quest'ora... ". Siamo andati a casa... mio figlio... si può immaginare la gioia. Intanto che mia cognata e mio fratello erano nell'altra stanza, ho detto: "Ugo, quando è morto il papà?". Lui credeva che me lo avessero detto e risponde: "E' morto di gennaio, il 17 gennaio". "Lo sapevo, me lo son sentita quel giorno li, che succedeva qualcosa".
Appena tornata, quando parlavo di quello che avevo passato, gli altri non mi credevano. Mi guardavano con una faccia, come per dire: "Questa sta inventando di sana pianta". Così ho preferito non dire più niente per un bel po'. E come se ci fossimo dati la parola d'ordine, nessuno di noi ne parlava. Nelle riunioni, però, qualche volta c'era magari qualcun altro che sentiva i nostri discorsi e ci interrogava.

Allora abbiamo cominciato a raccontare...

 
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Coordinate GPS del Luogo del Ricordo:
 
+45.188500, +09.153993
+45°11.310', +09°09.239
+45°11'18.60
 
 
Raggiungi il luogo del ricordo, inserisci il luogo di partenza:
Via: Città: Provincia:
 
 
IN RICORDO DI:
 
Gaiaschi Rosa Pettenghi di anni
Nata a Pavia il 28 ottobre 1905. Accusata di attività clandestina viene arrestata il 1° settembre 1944 con il marito Mario Pettenghi, pochi giorni dopo l'arresto del figlio sedicenne Ugo (24 agosto). Il marito, di professione lattoniere, e...
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