PIETRE D'INCIAMPO
 
Lanzuolo Luigi
di anni 53
 

Nato a Torino il 23 ottobre 1890 da Carlo e da Vidotti Beatrice , si arruolò volontario il 31/12/1908 nel Rgt. Savoia Cavalleria come allievo sergente con la ferma di tre anni.

Entrò quindi nella Scuola Militare di Modena il 01/09/1912 e assegnato con il grado di Sottotenente al  10° Rgt. Lancieri Vittorio Emanuele II il 04/01/1914.

Fu promosso tenente il 15/07/1915 e, durante la Grande Guerra, fu comandato a prestare servizio prima presso il 24° Rgt. Artiglieria da Campagna e successivamente presso il 23° Rgt. Artiglieria da Campagna. 

Rientrato presso il Lancieri Vittorio Emanuele II il 14/01/1918. Si distinse nel corso del 1916 quando venne decorato con una Medaglia di bronzo al valor militare in seguito alle ferite riportate dallo scoppio di una granata. Prese parte ai combattimenti sull'altipiano della Bainsizza nell'agosto del 1917 e per questo gli fu concessa la Croce di Guerra al Valor Militare.

Il 01/01/1919 viene assegnato al Rgt. Cavalleggeri di Alessandria come comandante del 5° squadrone e successivamente, il 18/05/1919, assegnato al Rgt. Lancieri di Milano.

Il 28/09/1919 viene nominato Capitano "con decorrenza assegni" dal 10/10/1918.

Trasferito al Rgt. Cavalleggeri Guide il 20/05/1920 viene nominato Aiutante Maggiore in 2^ e successivamente Aiutante Maggiore in 1^ il 05/09/1923.

Il 01/01/1930 viene trasferito al Rgt. Lancieri di Novara con il grado di Maggiore e assegnato al Comando Divisione Militare di Imperia.

Il 20/12/1936 viene trasferito al Rgt. Cavalleggeri del Monferrato e, il 01/01/1938 viene nominato Ten. Colonnello.

Il 01/01/1942 gli viene assegnato il grado di Colonnello e nominato comandante truppe Deposito Monferrato. Il 18/02/1943 assunse il comando del reggimento allora dislocato in Albania, assegnato alla 9^ Armata del generale Renzo Dalmazzo. Il reggimento venne dislocato nelle vicinanze di Berat, sul fiume Osum, alle falde del Monte Tomori.

Dopo l'armistizio con gli anglo-americani dell'8 settembre si oppose fermamente alla resa incondizionata ai tedeschi.  Deciso a resistere sottrasse alla cattura il suo reparto conducendolo alla montagna e combattendo poi contro gli ex alleati. Fatto prigioniero dopo un combattimento, venne fucilato nei pressi di Berat il 15 novembre 1943.

Per il suo comportamento nei difficili giorni della resistenza in Albania fu decorato con la Medaglia d'oro al valor militare alla memoria.

 A Voghera, dove l'ufficiale aveva trascorso un periodo di comando, porta il suo nome una via, la Sezione locale dell'Associazione Nazionale Arma di Cavalleria e il campo di equitazione a Salice Terme.

(Fonte: Foglio matricolare su gentile concessione della figlia signora Gabriella Lanzuolo Gandini)

Motivazione per la quale venne concessa la Medaglia d'Oro al Valor Militare:

"Soldato di pura tempra, comandante abile e sagace assumeva per suo espresso desiderio il comando del reggimento Cavalleggeri di Monferrato in Albania, conservandone integri la compattezza morale, lo spirito di ardimento, l'attaccamento alla Patria lontana ed al dovere, attraverso difficili eventi ed a pericolosa situazione politica di quella terra. Dopo l'armistizio, con la sua vigile azione di comando riusciva a sottrarre alla cattura l'intero reggimento, portandolo in montagna a difesa della libertà e della giustizia. Attaccato, dopo strenua lotta, sempre in mezzo ed esempio ai suoi cavalleggeri, fatto prigioniero, veniva barbaramente trucidato dai tedeschi. Faceva olocausto della propria vita per avere voluto mantenere fede al suo onore di soldato e di comandante. Il suo sacrificio servì d'esempio ai suoi cavalleggeri che seppero vendicarne la memoria combattendo compatti nelle file dei patrioti."

 

Si riporta qui di seguito, sempre su gentile concessione della signora Gabriella Lanzuolo Gandini, il resoconto delle vicende vissute dal Reggimento Cavalleggeri di Monferrato in Albania dopo l'8 settembre 1943, raccontate dal S. Ten. Aldo Ferrero che faceva parte del reggimento stesso.

 

CON “MONFERRATO” DOPO L’8 SETTEMBRE 1943

In data 8 settembre 1943 il Reggimento Cavalleggeri di Monferrato, comandato dal Colonnello Luigi Lanzuolo, era dislocato in Albania. Il Comando di Reggimento ed il 1° Gruppo Squadroni, assieme ad altre forze italiane, presidiava la città e la zona di Berat; il 2°Gruppo Squadroni, comandato dal maggiore S.P.E. Pietro Carbone era distaccato nel bacino petrolifero del Devoli a salvaguardia degli interessi italiani colà rappresentati dall'A.I.P.A. (Azienda Italiana Petroli Albanesi).

La forza italiana che presidiava la zona del Devoli, distante da Berat una ventina di Km. In direzione nord/ ovest, era composta dal 2° Gruppo Squadroni di Monferrato, da un battaglione con organici ridotti di fanteria con relative salmerie, da aliquote di C.C.R.R. e Finanza e da alcune batterie di artiglierie contraerea, complessivamente circa 1.200 uomini. Il presidio del Devoli era comandato dal magg. Pietro Carbone.

Nella zona erano presenti anche forze tedesche con numerose batterie di artiglieria controaerea dislocate a tre km. di distanza dal bacino petrolifero di Devoli in direzione sud/ovest, e precisamente al campo d'aviazione italiano situato al bivio di Ura Hasan Bent sulla rotabile Berat-Rogozina. Il campo era comandato da un Ten. Col. italiano e presidiato da circa trecento avieri italiani con alcuni vecchi apparecchi e da circa altrettanti avieri tedeschi anch'essi con qualche aereo.

Sin dal giorno 9 settembre cominciarono a pervenire al Comandante di Presidio, magg. Carbone, richieste tedesche di armi e di sostituzione nell'occupazione dei fortini presidiati dalle forze italiane intorno alla zona dei pozzi petroliferi.

Il 10 settembre, dal Comando IV Corpo d' Armata, diretto ai Comandi Presidio di Berat e Devoli, perveniva un fonogramma a firma del Capo di S.M. Colonnello Boselli, recante l’ordine di non cedere armi ai tedeschi ad eccezione delle artiglierie costiere e dei carri armati, che naturalmente il Presidio non aveva in dotazione. Nel frattempo, da parte tedesca veniva rafforzato il campo d'aviazione di Ura Hasan Beut (ove il contingente di avieri italiani e rispettivi ufficiali erano già stati disarmati e chiusi in baracche) con reparti giunti aviotrasportati dalla Bulgaria.

Naturalmente anche da parte del Presidio di Devoli venivano opportunamente moltiplicate e allertate le difese.

Il 13 settembre un reparto autocarrato di tedeschi (150/ 200 uomini) tentava di sorpresa un attacco al Presidio, attacco che falliva completamente per l’energica reazione del Magg. Carbone il quale ordinava al 3° e 4° squadrone (attestati tra il campo d’aviazione e la zona petrolifera) di aprire il fuoco. I tedeschi reagivano ma poi chiedevano di parlamentare e su loro richiesta iniziarono nei giorni successivi (previo scambio di ostaggi, un ufficiale di Monferrato Capitano Amati “ospite” al campo d’aviazione ed un tenente tedesco “ospite” al Presidio) trattative varie nel corso delle quali reiteravano inutilmente le richieste di armi e di occupazione dei fortini.

Il giorno 18 settembre il Colonnello Lanzuolo con il 1° Gruppo Sqd. Muoveva da Berat attestandosi lungo la rotabile Berat-Lushnja, a pochi Km. In linea d’aria dal Devoli.

Il giorno seguente, 19 settembre, il Colonnello Lanzuolo teneva rapporto agli ufficiali del 2° Gruppo per fare il punto della situazione, comunicando che non erano più pervenuti né ordini né disposizioni di sorta dal Comando Sottosettore di Fieri. Illustrando i rapporti con i tedeschi, giudicava un trabocchetto l’offerta che questi avevano avanzato di agevolare il rimpatrio in Italia del reggimento unito ed armato; Monferrato avrebbe dovuto raggiungere per via ordinaria lo scalo ferroviario di Bitolj in Jugoslavia, per proseguire poi sotto controllo tedesco per il rientro in Italia.

Il Maggiore Carbone, che già aveva consultato gli ufficiali del Gruppo, esprimeva a nome di tutti l’intento di non permettere il disarmo da parte dei tedeschi ed accennava ai contatti già intercorsi con alcuni capi partigiani della zona che nei giorni successivi all’armistizio si erano fatti vivi.

Il giorno 21 settembre, il Colonnello Lanzuolo perveniva ad un accordo con uno dei capi partigiani comunisti più influenti della zona, certo Vangel Zoto (individuo di cui ci si accorse successivamente, semi squilibrato e magalomane) per il passaggio del Reggimento Monferrato in montagna.

Alle ore 24 dello stesso giorno, lasciando in consegna ai pochi civili italiani della società petrloifera, autocarri, motociclette e distruggendo tutto il materiale non someggiabile, le forze del Presidio, per diversi itinerari, abbandonarono il Devoli per unirsi al movimento partigiano, dirigendosi nella zona montagnosa all’interno. Uguale movimento, in direzione della zona di Roscovec, veniva contemporaneamente effettuato, a pochi Km. di distanza, dal 1° Gruppo Sqd. al comando del Magg. Gliozzi. Si aggregava al 2° Gruppo Sqd. anche il comandante militare della società petrolifera, Colonnello Gomez Paloma che portava il bavero di Genova Cavalleria.

Con guide albanesi e marciando, con i cavalli a mano, soltanto di notte per evitare l'osservazione aerea tedesca, per impervi sentieri venne raggiunto il bosco di Val Bugova alle pendici ovest del monte Tomori ove Comando di Reggimento e 2° Gruppo Sqd. si attendarono.

Il giorno 28 settembre, su invito del Comando partigiano, il Colonnello Lanzuolo con il Ten. Col. Mino e parte dello Sqd. Comando fecero ritorno a Berat, nel frattempo sgomberata dai tedeschi e divenuta sede del Comando partigiano di zona, per prendere accordi circa una collaborazione armata tra il Reggimento Monferrato e le varie bande partigiane comuniste e nazionaliste della zona già in lotta tra di loro per contendersi il potere.

La mattina del giorno 6 ottobre, una numerosa banda di partigiani comunisti comandata da un certo Vangel Doga (ex capitano dell’esercito italiano, disertore e losca figura) circondava improvvisamente il Gruppo rimasto attendato in Val Bugova e presentava al Maggiore Carbone una lettera del Colonnello Lanzuolo in cui questi spiegava che per l’istruzione della gioventù albanese era necessaria la consegna delle armi ai latori della lettera stessa. Il Maggiore Carbone costernato, e comprendendo che l’ordine contenuto nella lettera doveva essere stato estorto al Col. Lanzuolo con la forza, cercò di tergiversare decidendo di consegnare metà delle armi ma, aseguito di un’intimidazione a fuoco da parte dei partigiani albanesi e per evitare inutili vittime, fu gioco forza consegnare il restante. Soltanto gli ufficiali rimasero armati di pistola e moschetto, molti sottufficiali e cavalleggeri riuscirono a nascondere le loro armi sotterrandole.

Il mattino successivo, 7 ottobre, il Maggiore Carbone si recava a Berat per conferire col Colonnello Lanzuolo lasciando il comando del 2° Gruppo al Capitano Barral.

L’8 ottobre di ritorno da Berat, il Magg. Carbone teneva un rapporto agli ufficiali per informarli che il Col. Lanzuolo ed il Ten. Col. Mino erano virtualmente prigionieri dei partigiani comunisti di cui erano “ospiti” nella rocca di Berat.

Nel frattempo, il Gruppo, oramai per 3/4 disarmato, si trasferiva a Cerevoda, ancor più nell'interno montagnoso dello SKrapari (zona tra Berat e Koritza); a Cerevoda veniva ripreso contatto con il resto dell'ex Presidio di Devoli (fanteria e artiglieria) già disarmato dai partigiani albanesi con gli stessi metodi.

Pochi giorni dopo, il Magg. Carbone riceveva a sorpresa dal Col. Lanzuolo l'ordine di trasferimento a Berat che, cavalli a mano, il 2°Gruppo raggiungeva il 16 ottobre, occupando alcune delle poche baracche rimaste abitabili nell'ex accantonamento militare italiano.

Finalmente anche i denutriti cavalli del 3° e 4° squadrone potevano essere ricoverati in locali coperti che conservavano ancora l'apparenza di scuderie. La sera stessa i plotoni mortaisti, con il Ten. Michele Li Destri e il Sottotenente Cassotta, ricevevano nuovamente in consegna i mortai per partecipare allo schieramento difensivo di Berat predisposto dal Comando partigiano della zona.

Il giorno successivo, 17 ottobre, la sorpresa più amara: il comando partigiano di Berat ordinava la requisizione dei cavalli per distribuirli ai contadini della zona, motivando ufficialmente il provvedimento con l'impossibilità di fornire anche la più piccola quantità di foraggio. E, sorpresa ben più amara, ma non inattesa, si verificò il mattino del giorno 20 ottobre quando i cavalleggeri del 2° Gruppo vennero suddivisi ed incorporati parte nei battaglioni albanesi e parte destinati a lavorare presso famiglie di contadini nella zona di Roscovec ad ovest di Berat. Nella zona di Roscovec era attendato, come già detto, il 1°Gruppo Sqd. che, come poi si seppe, stava subendo analoga sorte.

Ed infine nella stessa giornata del 20 ottobre, il Comando partigiano di zona completava l'opera di spoliazione ingiungendo al Col. Lanzuolo di consegnare la contabilità dei reparti, confiscando altresì ciò che restava della Cassa del Reggimento.

Alle ore 17 del 20 ottobre 1943, il tristissimo momento della separazione: dopo un'affettuosa stretta di mano ai propri Ufficiali, i cavalleggeri dello Sqd. Comando e del 3° e 4°Sqd. del 2° Gruppo (ad eccezione di un piccolo nucleo), lasciavano l'accantonamento per le rispettive destinazioni, incolonnati in un battaglione partigiano.

Con lo scioglimento del Reggimento Monferrato il Comando partigiano comunista della zona di Berat aveva così raggiunto il proprio scopo: evitare assolutamente che un reparto italiano rimanesse unito, disciplinato e soprattutto armato.

Il giorno 22 ottobre ciò che restava del 2°Gruppo, piccolo nucleo sempre ancora armato, si trasferiva a Vertop (piccolo villaggio a pochi Km. Da Berat) dove si attendava, aggregato al comando partigiano di Berat, per attendere una destinazione util eagli scopi comuni.

Il piccolo nucleo del 2° Gruppo Sqd. era composto da 14 ufficiali, di cui 12 di Monferrato (Magg. Pietro Carbone - Cap. Severino Barral - Cap. Luigi Amati - Cap. medico  TotòMessineo - Ten. Vincenzo De Cristofaro - S. Ten. Renzo Castello - S. Ten. Aldo Ferrere - S. Ten. Bruno Rossari - S. Ten. Rodrigo Barra - S. Ten. Motta - S. Ten. Bernini - S. Ten. Virtuani (veterinario), 3 sottufficiali (Serg. Magg. Armando Bistolfi, Serg.  Attilio Albertocchi, Serg. Mureddu), 32 cavalleggeri (tra cui vengono ricordati Pavarini, Mosti, Ranno del Comando Rgt.; Piazza, Bizzarri, Bracco del 4° Squadrone) nonchè 14 cavalli.

Nella rocca di Berat, con alcuni sottufficiali e cavalleggeri erano rimasti: il Colonnello Comandante Luigi Lanzuolo, il Ten. Col. Mino, il Cap. Vet. Mistretta, il Ten. Michele Li Destri ed il S.Ten. Cassetta, questi ultimi due ufficiali al comando di un plotone di mortai (armi che ovviamente i partigiani albanesi non sapevano maneggiare).

In uno dei primi giorni di novembre, nel corso di una rapida puntata a Berat per un contatto con il Col. Lanzuolo, il Magg. Carbone ed il Ten. Ferrere apprendevano:

-        che a Berat era giunta una brigata partigiana equipaggiata ed armata dagli inglesi, i quali agivano nei dintorni con una loro missione militare con compiti di rifornimento;

-        che reparti tedeschi stavano attestandosi in forze a non molta distanza da Berat ed avevano già effettuato un fulmineo rastrellamento nella zona di Roscovec, a nord/ovest di Berat, dove era attendato un nucleo di ufficiali e cavalleggeri del 1°Gruppo Sqd. con il quale era stato perso ogni contatto;

-        che infine il Gen. di Divisione Arnaldo Azzi, comandante della Divisione Firenze, aveva costituito in qualche punto dell’Albania, nel triangolo Pogradec, Berat, Koritza, un “Comando Militare Italiano Truppe della Montagna”.

 

All’alba di lunedì 15 novembre 1943 accadde quello che si prevedeva. Berat fu investita da un poderoso attacco tedesco e reparti meccanizzati, preceduti da mitragliamenti a bassa quota e appoggiati da qualche carro, travolsero le forze partigiane.

 

I tedeschi proseguirono il rastellamento oltre Berat in direzione di Cerevoda ed il piccolo nucleo di Monferrato, attendato a Vertop, si ritirò nel villaggio di Vlusha sempre più nell’interno montagnoso.

Nella zona si aggiravano centinaia di militari italiani sbandati e disarmati, già appartenenti alla divisione Perugia, derubati e spoliati dagli albanesi anche degli indumenti.

A Vlusha pervenne la tragica notizia della morte del Col. Lanzuolo catturato dai tedeschi al Castello di Berat e, immediatamente o pochi giorni dopo, passato per le armi; inoltre, della morte in combattimento del Ten. Col. Mino, del S. Ten. Cassetta e del Serg. Magg. Cavallara.

La data del 15 novembre 1943 segnò un totale sconvolgimento nelle file partigiane albanesi, sconvolgimento che (almeno in quella zona) durò sino al gennaio 1944.

A Vllisha il piccolo nucleo del 2° Gruppo Sqd. di Monferrato si era ancora   ridotto   dopo lo    sfacelo del 15 novembre: erano rimasti uniti nove ufficiali, un sottufficiale, e pochi cavalleggeri ed attendenti. Nel frattempo, la situazione politica locale si era ancor più complicata perchè i partigiani comunisti della zona, per impadronirsi del potere, si erano preoccupati di combattere, più che i tedeschi, i partigiani nazionalisti (Bally - Kombetar) e questi ultimi si erano staccati dalla pseudo-alleanza coi comunisti, per collaborare con i tedeschi e di conseguenza erano divenuti ostili nei confronti degli italiani.

Dalla fine di novembre 1943 a metà gennaio 1944, il piccolo nucleo di Monferrato riuscì a sfuggire, non soltanto ai continui rastrellamenti tedeschi, ma anche alle scorrerie di bande partigiane isolate che spoliavano, anche del vestiario, i militari italiani sbandati che vagavano per le montagne.

In quell'arco di tempo si visse in qualche catapecchia o attendati    all’addiaccio sulla neve, barattando qualche oggetto di vestiario con granoturco o grano ed abbattendo tre dei sei cavalli rimasti (tra cui "Farfallino" il purosangue del Magg. Carbone).

Verso la fine di dicembre '43 i tedeschi intensificarono i rastrellamenti suddividendosi in colonne incrociantesi da Berat e Koritza; si errò così sulle montagne ad un’altezza tra i 1500 ed i 2000 metri sino a metà gennaio 1944 quando i tedeschi abbandonarono definitivamente la zona che d'altronde era difficilissima da presidiare per la completa mancanza di strade. Ciò che restava di "Monferrato" si distribuì in alcune catapecchie del villaggio di Staraveska (nel la zona montagnosa a sud dello Skrapari, a metà strada tra Berat e Koritza) in attesa degli eventi.

A fine gennaio giunse, e si stabilì a Staraveska, una delle Missioni militari britanniche che agivano in Albania con il compito di rifornire di armi ed equipaggiamento i partigiani albanesi.

Attraverso la missione ed il suo Com. Ten. Col. Alan Palmer, con cui vennero instaurati cordiali rapporti, fu possibile stabilire un collegamento con il Gen. Arnaldo Azzi (già Com. della Divisione Firenze) il quale, come detto, aveva assunto dopo l'armistizio il comando delle truppe italiane alla montagna. Il generale viveva, con un piccolo nucleo di ufficiali della Divisione (Ten. Col. C.C.R.R. Carrai, Magg. Schiarizia, S. Ten. Azzi ed altri) e 30 carabinieri, nel villaggio di Koprenska distante otto ore di marcia dal villaggio di Staraveska.

Il Magg. Carbone, facendosi accompagnare a turno dai subalterni, si recò più volte dal Gen. Azzi per prospettargli la situazione, richiedere aiuti per la sopravvivenza e sollecitare, se possibile, la ricostituzione di un reparto regolare italiano da affiancare ai partigiani albanesi.

Tra fine gennaio e fine aprile 1944 il Gen. Azzi (il quale, poco dopo l'armistizio aveva ricevuto da una missione militare britannica la somma di mille sterline oro allo scopo di soccorrere i militari italiani alla montagna) aiutò economicamente anche il piccolo nucleo di Monferrato che risiedeva a Staraveska.

Nel frattempo, i partigiani comunisti che nel centro-sud dell'Albania avevano oramai eliminato con la violenza le bande partigiane di altre ideologie, ricostituirono e riorganizzarono alcune brigate reclutando i dissenzienti anche con metodi violenti e coercitivi.

Il Magg. Carbone con i propri subalterni poté pertanto mettersi in collegamento con il quartier generale delle forze albanesi di liberazione che nel frattempo era giunto nella zona considerata più sicura ove si trovava Staraveska, e qui si era temporaneamente insediato.

Il comando dell’esercito di liberazione era stato assunto da Enver Hoxha (futuro presidente della repubblica albanese).

Il Magg. Carbone ed i propri subalterni poterono così seguire direttamente le trattative tra il Gen. Azzi ed Enver Hoxha per la ricostruzione di un reparto regolare italiano che, in un primo tempo, era parsa probabile e poi come si prevedeva, abortì.

L'appoggio di carattere politico che la missione militare britannica, ed in particolare il Col. Palmer, cercarono di fornire si rivelò addirittura controproducente, perché il comando albanese apprezzava e pretendeva gli aiuti in armi e materiali (che gli aerei britannici ed anche italiani, prima dal Cairo e poi da Bari, lanciavano oramai regolarmente), ma non tolleravano anzi osteggiavano per ragioni ideologiche qualsiasi iniziativa che gli inglesi potessero suggerire.

In conseguenza di tale situazione, ed accertata l'impossibilità di formare un reparto italiano, ciò che restava del 2° Gruppo di Monferrato (con alcuni ufficiali e soldati di altre Armi che nel  frattempo si erano aggregati) decise di partecipare alla lotta contro i tedeschi arruolandosi nel riorganizzato esercito di liberazione albanese, superando l’ostacolo dell’ideologia che veniva fatta pesare agli italiani in specie se ufficiali.

Si trattò di un arruolamento, non altrimenti definibile, in qualità di “fucilieri-consiglieri”. Gli ufficiali vennero così incorporati nella 1^ Brigata d’assalto (comandata da Mehemet Sceu, futuro primo ministro della repubblica albanese) e così assegnati: il Magg. Pietro Carbone al 3° Battaglione e i sottotenenti: Renzo Castello, Aldo Ferrero, Bruno Rossari, Bernini e il Serg. Magg. Armando Bistolfi al 1° Battaglione; il sottotenente    Antonio    Motta al mortaio della 5^ Brigata; il sottotenente Virtuani, da veterinario promosso medico, ad un'infermeria da campo. Assegnati ad altre brigate, altri numerosi sottufficiali e cavalleggeri.

Il nucleo di Monferrato assegnato alla 1^ Brigata d’assalto (che operò anche a cavallo del confine albanese-macedone) ne seguì le sorti e partecipò contro i tedeschi ai fatti d’arme qui elencati:

-30 maggio/ 1° giugno 1944        Spati (Elbasan)

-5/6 giugno                                      Passo di Zeresc (Val Tomoritza)

-17/18/19 giugno                           Sheneprempta (Elbasan)

-7/8/9 luglio                                    Zergan (Dibra, Macedonia)

-13/14/15 luglio                             Peskopjia

-1° agosto 1944                              Dibra (Macedonia)

 

L’estensore della presente nota, ferito a Dibra e ricoverato in vari ospedali partigiani di fortuna sino ai primi di dicembre 1944, non è più in grado di precisare località e date in cui avvennero altri fatti d’arme cui parteciparono ufficiali, sottufficiali e cavalleggeri di Monferrato. Nel frattempo, le forze tedesche abbandonarono gradualmente i Balcani, lasciando l’Albania verso la fine del novembre 1944 e di conseguenza le brigate partigiane comuniste poterono giungere al controllo dell’intero territorio nazionale, dopo aver liquidato le ormai sparute forze nazionaliste albanesi ed i loro esponenti.

Il comando dell’esercito di liberazione s’insediò a Tirana per formare il nuovo governo provvisorio comunista presieduto da Enver Hoxha.

Con l'abbandono dell'Albania da parte delle forze tedesche, si riversarono a Tirana e nelle città sulla costa adriatica, in specie a Durazzo, migliaia di militari italiani che dopo l'armistizio si erano rifugiati in montagna riuscendo in qualche modo a sopravvivere. A Tirana s'insediò anche un "Comando Militare Italiano Truppe alla Montagna" presieduto dal Gen. di Brigata Gino Piccini, già della Divisione Firenze (il Gen. Azzi era stato rimpatriato clandestinamente dagli inglesi nel maggio '44). A Tirana venne pure formato con finalità assistenziali, un ente italiano, denominato "Circolo democratico G. Garibaldi", che venne riconosciuto ufficialmente dal governo provvisorio albanese.

Sia il comando italiano truppe alla montagna, sia il circolo Garibaldi erano comunque visti con diffidenza dai nuovi governanti albanesi che ne sorvegliavano l'attività cercando, specie nell'ambito del circolo Garibaldi, di attivizzare e propagandare l'ideologia comunista.

Nel frattempo, ufficiali, sottufficiali e cavalleggeri di Monferrato, che avevano combattuto suddivisi nelle forze partigiane albanesi, vennero presi di forza dai reparti e si ritrovarono a Tirana riprendendo i contatti tra di loro e mettendosi a disposizione del Gen. Piccini.

Si trattava ora, nel gennaio 1945, di attendere il rimpatrio che non poteva essere effettuato se non con il beneplacito del governo albanese e con i mezzi di trasporto alleati.

I militari italiani sbandati che si trovavano in Albania (nella zona tra Tirana e Durazzo in numero di oltre diecimila) vivevano in condizioni precarie in baraccamenti di fortuna posti in varie località, oppure aggregati a battaglioni di lavoro e sfruttati dalle autorità albanesi per lavori stradali, rifacimento di ponti, ecc.

Il piccolo nucleo di Monferrato decise di non attendere passivamente il rimpatrio (che avvenne poi a scaglioni nei  mesi  di maggio e giugno  1945)e mentre il Magg. Carbone con altri elementi di Monferrato s'insediava a Tirana,     un piccolo gruppo di    ufficiali  e sottufficiali di Monferrato si stabiliva a Durazzo per impiantare un ente assistenziale (in  pratica una sezione distaccata del Circolo Garibaldi) che avrebbe dovuto  provvedere alla  tutela ed al sostentamento di almeno ottomila militari italiani che si trovavano nella zona principalmente nei campi sosta di Durazzo e Kavaja).

Ciò avvenne col beneplacito innanzitutto del Governo albanese e naturalmente di concerto con il Gen. Piccini e più velatamente con il responsabile della missione   militare   britannica, Col. Alan   Palmer, che gli ufficiali di Monferrato avevano già conosciuto in precedenza sulle montagne di Staraveska.

Il Gen. Piccini, a cui gli albanesi avevano vietato di avere contatti con la missione britannica, dopo aver incaricato il Ten. Aldo Ferrero di tenere, con discrezione, i collegamenti con il Col. Palmer, autorizzò lo stesso Ten. Ferrero ad assumere la presidenza del Circolo Garibaldi di Durazzo; in questa località, entro il gennaio 1945 venne creata dal nulla un'organizzazione assistenziale che funzionò senza intoppi sino a metà giugno, riuscendo a svolgere i propri compiti senza alcuna intromissione politica da parte degli albanesi.

A Durazzo si trasferirono i seguenti ufficiali di Monferrato: Ten. Ferrero, S. Ten. Bruno Rossari, S. Ten. Antonio Sanjust di Teulada, S. Ten.  Ettore Mazzucca (questi ultimi due già appartenenti al l° Gruppo Sqd.), Serg. Magg. Armando Bistolfi, Serg. Magg. Luciano Ghezzi, Serg. Attilio Albertocchi con un piccolo nucleo di cavalleggeri e qualche soldato di altre armi.

Il finanziamento del Circolo Garibaldi di Durazzo per il funzionamento dei campi sosta, avveniva per il tramite del “Comando Truppe alla Montagna” (Gen. Piccini), il quale a sua volta era finanziato da ditte civili italiane con sede a Tirana che, dopo l'armistizio, avevano potuto continuare ad esercìtare la loro attività (tra le più note: Feltrinelli Legnami, Tudini e Talenti, Simoncini, ecc.).

Nei giorni 15-16-17-18 marzo 1945 si verificò il primo contatto ufficiale di un rappresentante del governo italiano con quello albanese, l’On. Palermo, sottosegretario alla guerra, arrivò in Albania per prendere accordi col governo presieduto da Enver Hoxha, e trattare il rilascio ed il rimpatrio dei militari italiani.

Il rimpatrio iniziò a scaglioni a partire dai primi di maggio 1945, ed il trasporto dei militari italiani a Brindisi e Taranto avvenne con navi alleate che attraccavano al porto di Durazzo con rifornimenti alimentari.

Dopo aver curato il rimpatrio dei militari italiani, anche il Circolo Garibaldi di Durazzo si sciolse ed i superstiti di Monferrato fecero anch’essi ritorno in Italia verso la metà del giugno 1945.

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I caduti, i feriti ed i decorati del Reggimento Cavalleggeri di Monferrato, per attività belliche dopo l’8 settembre 1943 furono numerosi. Tra i decorati il relatore ricorda alcuni nominativi:

-Col. Com. Luigi Lanzuolo, medaglia d’oro al V.M. (alla memoria)

-Ten. Col. compl. Cesare Mino, medaglia d’argento al V.M. (alla memoria)

-S. Ten. compl. Cassotta, medaglia d’argento al V.M. (alla memoria)

-Serg. Magg. Mario Cavallara, medaglia d’argento al V.M. (alla memoria)

-Magg. S.P.E. Pietro Carbone, medaglia d’argento al V.M.

-S. Ten. compl. Aldo Ferrero, medaglia d’argento al V.M.

-S. Ten. compl. Bruno Rossari, medaglia di bronzo al V.M.

-S. Ten. compl. Antonio Motta, medaglia di bronzo al V.M.

-Serg. Magg. Ferruccio Stucchi, medaglia di bronzo al V.M.

-Caporale Magg. Alfredo Bagnara, medaglia di bronzo al V.M.

-Caporale Magg. Angelo Legnaghi, medaglia di bronzo al V.M.

 

Torino, 12 gennaio 1991             Aldo Ferrero

 
 
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Monumento posto ai piedi della fortezza di Berat (Albania) che ricorda i caduti italiani che costituivano il Battaglione Partigiano Italiano "Antonio Gramsci" operante in Albania e facente parte della...
 
Coordinate GPS del Luogo del Ricordo:
+40.711306, +19.946685
+40°42.678', +19°56.801'
40°42'40.7
 
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Elenco Caduti