PIETRE D'INCIAMPO
 
Bozzini Luigi
di anni 88
 

Nato a Pavia il 24 gennaio 1927.  Con il nome di battaglia "Alfa"  partecipa in Pavia  all'attività clandestina e  con tre amici decise di costituire un nucleo di resistenza che in seguito venne chiamato Sirio. Teneva un diario delle attività clandestine e distribuiva un copia del giornale «Il Ribelle» fondato da Teresio Olivelli finchè, il 3 gennaio 1945, viene arrestato presso la propria abitazione da cinque agenti in borghese delle SS e portato nel carcere di via Romagnosi, poi a San Vittore e da qui il 14 febbraio al campo di Bolzano; infine trasferito in Alto Adige nel sottocampo di Val Sarentino dove viene liberato il 29 aprile 1945. Nel dopoguerra, dopo la morte di Ferruccio Belli e di Enrico Magenes, divenne  presidente provinciale dell’Aned (associazione nazionale ex deportati) e svolse sempre un'attività molto attiva nelle scuole del territorio pavese affinchè la storia dei deportati non venisse dimenticata. E' mancato il 21 febbraio 2015  nella residenza in Liguria a causa di un male improvviso.
Si riporta qui sotto la testimonianza di Luigi Bozzini tratta da "Resistemmo a lungo. Testimonianze della deportazione pavese” ANED Pavia, Guardamagna, Varzi, 2013 ripubblicato in M.A. Arrigoni, M. Savini.  Sono un ribelle di città
Il lager di Bolzano
di Luigi Bozzini
 
(…) Sono un ribelle di città, sono nato a Pavia nel gennaio 1927. Avevo 16 anni quando cadde il fascismo, il 25 luglio 1943, e dopo 45 giorni di governo del Maresciallo Badoglio si arrivò all'armistizio con gli Alleati (Inglesi e Americani) che già occupavano la Sicilia. Ancora ragazzo avevo seguito le vicende dei nostri soldati, impegnati nei vari fronti, privi di armi ed equipaggiamenti adeguati, mandati allo sbaraglio. Avevo vissuto i giorni tragici che seguirono alla dichiarazione dell'armistizio, quando i nostri soldati consegnati nelle caserme, privi di piani di difesa e di ordini, furono facile preda delle armate germaniche, che già presidiavano il territorio italiano e integrate da divisioni provenienti dal Brennero e dal confine francese.
Seicentomila militari furono internati in Germania, essi preferirono l'internamento rifiutando di aderire alla Repubblica Sociale di Salò. Con tre amici miei coetanei decidemmo di costruire un nucleo di resistenza che in seguito chiamammo “SIRIO”. Il nucleo era composto da Mario Devoti, Renzo Chiappini e Pietro Massara, e più tardi da Giovanni Tavazzani. In un primo tempo, capo del gruppo fu nominato Mario Devoti e successivamente l'incarico passò al sottoscritto, che assunse il nome di battaglia “Alfa”. Le intenzioni erano indubbiamente buone, ma inizialmente non sapevamo come agire, mancavamo di idee precise e di materiale. Monsignor Luigi Gandini ci procurò degli stampati clandestini che diffondevamo e appiccicavamo sopra ai bandi del Maresciallo Kesserling e del Maresciallo Graziani.
Più avanti, Monsignor Gandini mi mise in contatto con l'avv. Piero Marchetti, che ci forniva copie del giornale clandestino Il Ribelle, fondato da Teresio Olivelli. In una edizione del Ribelle dell’estate 1944, apprendemmo della cattura di Olivelli e del suo internamento.
Tenevamo un diario della attività clandestina in cifrario. Conservavo, accuratamente nascosta, una copia di ogni edizione del Ribelle.
Oltre alla propaganda, compivamo azioni di sabotaggio e raccolta di armi, che occultavamo. Come capo del gruppo, tenevo contatti con elementi di altre formazioni; fu per delazione di uno di questi che fui arrestato il 3 gennaio 1945, presso la mia abitazione, da cinque agenti in borghese delle SS. Fui portato al comando SS di Piazza Castello; nutrivo un forte sospetto sulla persona che mi aveva denunciato, infatti prima di Natale avevo consegnato una rivoltella a tamburo a un partigiano. La mia intuizione si rivelò rispondente, perché dopo l'interrogatorio, mi portarono nella sala adiacente per il riconoscimento dell'arma. Fui associato al carcere di via Romagnosi, nella cella n. 4, in cui si trovavano altri cinque prigionieri; tra questi Ludovico (Vico) Zampieri (figlio di Giusto Zampieri professore di Storia della Musica all'Università), un giornalista che conoscevo di vista; familiarizzai con i più giovani, Mario Bonzanini e Carlo Quaccini. Dopo qualche tempo arrivò pure il dr. Giulio Perri. Il 23 gennaio 1945 io, Bonzanini, Quaccini, Perri, Zampieri e altri detenuti del carcere, in tutto circa una quarantina, fummo trasferiti con una corriera al carcere S. Vittore di Milano. Di questi detenuti, ricordo in particolare Aurelio Piero Bernuzzi, che era stato mio compagno alle scuole elementari, Valentino Magnani, che frequentava l'Istituto Bordoni, e altri giovani partigiani delle formazioni dell'Oltrepò: Natalino Bancolini, Lino Catenacci, Giovanni Cullaciati; Mario Maganza, Renzo Pisani, Angelo Rossi, Mario Sacchi, catturati perché sbandati a seguito di forti rastrellamenti, e altri: l'avv. Giovanni Chiodi, Vasco Bonin, Mario Vespa, Davide Della Valle, Angelino Milanesi, Giorgio Bagatella e Aldo Mascherpa. Come arrivammo a San Vittore ci rasarono i capelli a zero. Giulio Perri, medico, venne mandato all'infermeria per l'assistenza agli ammalati, mentre noi tutti fummo reclusi al sesto raggio, destinato ai politici. Dall'infermeria, il dr. Perri poté comunicare con i membri esterni della Resistenza che stavano organizzando un piano dì fuga nel corso di un trasferimento. Il quattordici febbraio, di prima mattina, fummo radunati nel corridoio centrale del raggio al piano terra e sottoposti a una accurata perquisizione e nuovamente rinchiusi in altre celle, pronti per la spedizione. Mi trovai, con altri nove detenuti che non conoscevo, in una cella cieca e spoglia, illuminata da una lampadina. A metà mattina, una suora dell'infermeria, eludendo la sorveglianza dei secondini, ci diede, attraverso lo spioncino, uno sfilatino di pane per ciascuno e un poco di soldi, che dividemmo fraternamente. Verso le quattro del pomeriggio fummo avviati al piazzale Filangeri antistante il carcere. Il piazzale era fortemente presidiato da autoblindo e uomini armati tedeschi e fascisti. Quattro autocorriere con rimorchio, di cui una della ditta Lombarda, che normalmente svolgeva il servizio di linea Pavia-Binasco erano in attesa del carico. Sul piazzale mi ritrovai con Piero Bernuzzi e insieme ci avviammo verso la corriera della Lombarda, ove trovai i miei compagni di cella di Pavia: Giulio, Mario, Carlo, Giorgio e Aldo. Giulio Perri mi informò sommariamente del piano di fuga raccomandandomi di stargli vicino. La nostra fila era bloccata dall'autista che stava sulla corriera in prossimità dell'accesso e seppi successivamente chiamarsi Giuseppe Raggi, di Pavia. Un'altra fila di prigionieri si era formata a fianco della nostra e lentamente saliva a occupare i posti nel rimorchio. Il piano era stato studiato in modo da occupare i posti vicini al soffietto, tra la motrice e il rimorchio. Purtroppo, un soldato tedesco, spazientitosi per il fatto che eravamo bloccati, colpendo con la canna del mitra alla schiena Bernuzzi, che stava dietro di me, ci intimò di salire rapidamente. Bernuzzi e io trovammo posto a metà del corridoio del rimorchio, seduti sul pavimento, impossibilitati a muoverci; i nostri compagni, riuscirono a occupare la piazzola all'inizio del rimorchio proprio in prossimità del soffietto. Quando il carico fu completato, salì una ventina di militi della Guardia Nazionale Repubblicana, armati di mitra. Una parte di questi occupò i primi posti della motrice altri, passando sopra le nostre teste, occuparono i posti riservati sul fondo del rimorchio. Verso le diciotto la colonna si mise in movimento in direzione di Bolzano, scortata da autoblindo. Una suora dell'infermeria aveva dato a Giulio un bisturi e una spilla da balia, preziosa fu poi la eroica e coraggiosa disponibilità dell'autista Giuseppe Raggi che fu l'artefice principale e determinante dell'operazione. Quando a notte inoltrata la colonna transitava sulla Gardesana orientale, l'autista con grande coraggio rallentò sensibilmente la velocità accusando un guasto ai freni. La colonna venne fermata, ne segui una concitata discussione e poi il viaggio riprese. Le altre corriere ripartirono speditamente scortate dall'autoblindo, la nostra corriera isolata riprese il viaggio a velocità moderata. L'autista, come da programma, faceva segnali con i fari e i nostri compagni, tagliata la tela del soffietto, attaccandosi alla scaletta di ferro fissata alla motrice, si buttarono sulla strada; subito i lembi della tela venivano fissati con la spilla per schermare l’esterno. La fuga ebbe successo approfittando del buio, viaggiavamo infatti a luci spente per evitare eventuali attacchi aerei. Riuscirono a fuggire Giulio Perri, Mario Bonzanini, Mario Dialma Previti, Aldo Pera; tutti questi si salvarono e non furono più ripresi.
Alle ore 14 del giorno 15 febbraio, arrivammo al campo di concentramento di Bolzano. Ci radunarono in una zona del cortile recintata e il Maresciallo Hans Haage procedette all'appello. L'elenco dei prigionieri della nostra corriera iniziava con il nominativo di Bonzanini; chiamatolo più volte senza esito, il Maresciallo si spazientì e passò al secondo nominativo: ero io, feci un passo avanti, ma Haage chiamò nuovamente Bonzanini, allora rientrai nel gruppo. L'episodio si ripeté ancora una volta, dopodiché mi feci avanti e precisai: “Ich bin Luigi Bozzini”. Completato l'appello fummo assegnati al blocco H: si trattava della porzione di un capannone a volta; sul perimetro e al centro erano ammassati castelli di legno a tre piani. Eravamo i primi occupanti, trovammo posto nelle cuccette con il fondo formato da listelli di legno, senza pagliericcio e coperte. La porta fu chiusa e tolta la luce. Restammo per il secondo giorno senza cibo. Il giorno 16 febbraio il blocco fu riempito da nuovi arrivi, politici ed ebrei, ormai eravamo stipati due per ogni cuccetta e io presi posto con Aurelio Piero Bernuzzi. Ci portarono al magazzino dove consegnammo gli abiti civili e in cambio ci diedero delle divise militari di vari eserciti prive di insegne. A me toccò una divisa di tela grezza, divisa di fatica estiva usata dai nostri avieri, un paio di zoccoli di legno, una bustina grigio verde e una coperta. Come stoviglie un bicchiere di bachelite e un cucchiaio, mancavano le gavette. Per circa 20 giorni ho dovuto cercare un compagno provvisto di gavetta, disposto a dividere la “Suppe” con me.
Ci fu assegnato il numero di matricola (il mio 9695), e un triangolo rosso che significava “politico”.
Il gruppo degli ebrei, tutti uomini di mezza età e anziani conservò gli abiti civili, erano identificati con un triangolo giallo, alla distribuzione del rancio erano chiamati per nome. Tra i prigionieri venne scelto il Capo Blocco con due aiutanti, disponevano dell'elenco di tutti i prigionieri del blocco, circa 400. Il capo blocco teneva contatti con l'intendente (un internato che a sua volta, conferiva con il comando tedesco), procedeva alla distribuzione dei viveri: un caffè al mattino, un mestolo di brodo vegetale a mezzogiorno e a sera. Un solo panino a sera confezionato con farine non ben definite; la mollica era molto umida e si appiccicava alle dita. (...). Alla sveglia, alle ore 6, occorreva precipitarsi nel cortile perché due soldati SS altoatesini, Colonia e Lanz, appostati sulla porta, colpivano a casaccio con un bastone quelli che transitavano dopo i primi. Inquadrati per blocco nel cortile dell'appello eravamo contati ripetutamente e finita la conta di tutti i blocchi si procedeva al saluto, con l'ordine “capelli giù”, bisogna togliersi il copricapo con uno scatto restando fermi sull'attenti e l'operazione si ripeteva a sera. Al mattino, dopo la distribuzione del caffè eravamo liberi di circolare per il campo, spesso venivamo chiamati per lavori di carico o scarico di materiali nel magazzino adiacente al campo o nei magazzini nascosti in città. Con il passare dei giorni e la scarsa alimentazione sentivo che le mie forze venivano meno, mi resi conto che eravamo destinati alla eliminazione totale. Pensai che l'unica via di salvezza era rappresentata dalla fuga, fintanto che ci trovavamo in Italia, perché poi sarebbe stato praticamente impossibile. Certo, bisognava evitare di essere nuovamente catturati perché ciò avrebbe significato la morte certa. A tale scopo avevo nascosto la Carta d'Identità che mi sarebbe servita in caso di fuga. Vi erano squadre di prigionieri che tutte le mattine uscivano scortati da militari della Wehrmacht per lavori di vario genere. Mi presentai al capo blocco e chiesi di lavorare. Dopo qualche giorno fui chiamato per lavori vari. Fui destinato a lavori di manovalanza, di scavo in aiuto a un muratore civile in una fabbrica in costruzione. A volte riuscivo a rimediare qualche cosa da mangiare, il muratore mi portava un uovo, a volte c'era la possibilità di acquistare del castagnaccio con l'autorizzazione delle guardie. A sera mentre si faceva ritorno al campo, se le guardie acconsentivano, si passava alla mensa dello stabilimento Lancia per una minestra che mangiavano anche i militari della scorta. Verso la fine di marzo, una sera rientrando in campo, trovai il blocco H completamente vuoto: tutti i prigionieri erano stati trasferiti in isolamento al blocco D, pronti per la prima spedizione in Germania. Con il mio compagno di lavoro Bonin, di Lungavilla, fummo spostati al blocco G.
Alla caserma della artiglieria in Bolzano dove lavoravo come manovale al servizio di un muratore civile, riuscivo ad acquistare del castagnaccio da portare anche ai miei compagni del blocco D attraverso il reticolato che delimitava il cortile antistante il blocco. Gli occupanti del blocco D furono poi caricati su vagoni bestiame per l'internamento in Lager di lavoro e di annientamento in Germania. Ricordo che la domenica di marzo successiva, dalle 6 del mattino fino a sera, transitarono nel cielo di Bolzano, a brevi intervalli, grosse formazioni di bombardieri che si dirigevano verso l'Austria per colpire obiettivi militari, e a volta si sentivano gli scoppi delle bombe. Il treno che era fermo in stazione, dopo il massiccio bombardamento non poté più partire e gli internati, dopo qualche giorno, rientrarono in campo. Il Campo di Concentramento di Bolzano era un campo di passaggio per i campi di lavoro e di sterminio in Germania, in tedesco la dicitura corretta era “PolDurchgangslagerBozen”.
Dal Lager di Bolzano transitarono dalla sua costituzione luglio-agosto '44 circa 11.100 prigionieri. Di questi circa 3.500 furono rilasciati dal 30 aprile al 3 maggio 1945, giorno della chiusura definitiva del Lager. Nel periodo della mia permanenza il Campo di Bolzano era sovraffollato per il continuo afflusso di internati provenienti dalle carceri delle città del Nord Italia. Conteneva circa 2.300 presenze, in prevalenza politici, contro 1.500 ospitabili. Successivamente vennero creati campi di lavoro per lo sfruttamento della mano d'opera. Nei primi giorni di aprile fui mandato con altri internati in Val Sarentino a nord di Bolzano. La strada che da Bolzano sale a Sarentino in un tratto attraversa una zona rocciosa e aspra con 25 gallerie. In quelle gallerie i tedeschi stavano realizzando una fabbrica di munizioni per una resistenza a oltranza. Metà della sede stradale aveva conservato la funzione di smaltimento del traffico e nell'altra metà avevano costruito dei piani in calcestruzzo per il piazzamento delle macchine utensili. Dalle industrie del Nord avevano sottratto le macchine e apparecchiature varie, persino un grosso maglio, che noi prigionieri in squadre di quindici scaricavamo dagli autocarri con l'impiego di paranchi e poi piazzavamo nelle gallerie. Arrivavano pure autocarri carichi di materiale, lingotti di piombo da 60 chili e fasci di lamierino di ottone che accatastavamo nelle piazzole.
Il Campo Ausiliare era stato allestito nell'alveo del torrente Talvera con baracche di legno prefabbricate, recinzione, torrette di guardia e sentinelle armate di mitragliatrici. Sul tetto delle baracche erano dipinti i simboli della Croce Rossa, per evidenziare agli aerei che si trattava di campo per internati. Dopo una decina di giorni ci spostarono più a monte in un altro campo similare. In quel punto la valle si apriva; oltre il torrente poco più a monte era acquartierata una batteria contraerea. Le baracche erano sistemate in terreno golenale coltivato a frutteto con piante di meli ormai in fiore; la parte bassa della valle aveva pareti ripide e rocciose che più sopra si aprivano in un paesaggio ridente con dolci declivi, verdi prati punteggiati da masi. L'inizio della valle era dominato dal Castello Roncolo. Il clima dolce primaverile, la bellezza dei luoghi disponeva i nostri animi di internati alla speranza di una vita migliore. Tutto questo contrastava con la realtà quotidiana; la scarsa alimentazione non bastava a sostenere l'organismo costretto a lunghe marce per raggiungere il posto di lavoro e dalle fatiche di un lavoro manuale da forzati. Quanto sopra aggravato dal fatto che in questa zona non era possibile rimediare qualche cosa per integrare la nostra misera dieta. Nella notte tra il 28 e il 29 aprile vi fu un attacco aereo di cacciabombardieri che lanciavano spezzoni incendiari e mitragliavano a bassa quota. Il tetto della baracca sobbalzava e attraverso le fessure si vedevano i bagliori degli scoppi. Il mattino seguente notammo una strana quiete, le squadre non uscirono per il lavoro, molti soldati del Corpo di Sicurezza Trentino che presidiavano l'esterno del campo avevano disertato. Verso mezzogiorno arrivò un Comandante della TODT (Organizzazione Militare del Lavoro) che portava una divisa marrone e aveva una vistosa bruciatura al viso; ci invitò a raccoglierci vicino al cancello che divideva il campo internati dal piazzale della caserma SS. Comunicò che le ostilità erano praticamente cessate, potevamo rientrare alle nostre case, ma dovevamo passare al campo di Bolzano per ritirare il foglio di licenziamento, potevamo prendere tutto quello che ci occorreva. Con Renzo Pisani di Casteggio, fabbricammo con la fodera del pagliericcio una specie di zaino in cui raccogliemmo alcune coperte che avrebbero potuto servirci per il viaggio di ritorno. Ci incamminammo verso Bolzano e passando in prossimità del primo campo di Sarentino notammo che era stato distrutto dal bombardamento della notte precedente. I resti delle baracche fumavano ancora, grossi autocarri che erano parcheggiati in prossimità mimetizzati dalla vegetazione erano distrutti. Il campo era stato destinato a sede del comando della Organizzazione per la costruenda fabbrica di munizioni. Indubbiamente l'obiettivo era stata segnalato agli alleati che avevano provveduto alla sua distruzione.
Arrivati a Bolzano ci recammo in Duomo per una preghiera di ringraziamento e il caso volle che in quella chiesa si trovasse il canonico Piola che conoscevamo perché era il cappellano del campo di Bolzano, cui era concesso di celebrare una messa la domenica nel cortile. Al campo di Bolzano, nel corso della messa, ricordo che un bravissimo tenore ebreo cantava l'Ave Maria di Gounod e dicevano che aveva pure cantato alla Scala di Milano. Ringraziammo il canonico per l'assistenza spirituale e per quel piccolo pacco viveri che aveva raccolto dalla popolazione e venne distribuito a tutti gli internati in occasione della Pasqua. Poca cosa dati i tempi e le ristrettezze alimentari in cui viveva tutta la popolazione. Il canonico donò a ciascuno una scatoletta di carne e una galletta. Alla periferia della città un contadino ci mise a disposizione il fienile per la notte e ci rifocillò con una braciola di maiale. Era la prima carne che ho mangiato dopo quattro mesi. Non ci sentivamo di tornare in campo dopo avere assaporato il clima di libertà, per una notte ancora o forse per qualche giorno in attesa di ottenere il foglio di licenziamento.
Al mattino del 30 aprile ritornammo al campo di Bolzano e ci mettemmo in coda all'ufficio Matricola per il lasciapassare. Nell'ufficio vi era una donna anziana vestita di poveri stracci, non portava numero di matricola, era visibilmente debilitata, piangeva perché non riusciva a ottenere il foglio di licenziamento, parlava confusamente tra i singhiozzi, non riusciva a declinare le proprie generalità e l'impiegata non l'aiutava, anzi imprecava perché le faceva perdere tempo. Provai ad aiutarla ma la sua voce rotta dal pianto non mi permetteva di capire il suo nome. Eravamo gli ultimi del gruppo, fuori un autocarro ormai completo ci attendeva, una guardia SS ci urlò di sbrigarci e fummo costretti ad abbandonare quella povera donna al suo destino. Ancora oggi a volte penso con rimorso di non aver aiutato quella persona in difficoltà e mi domando se sarà potuta uscire libera dal Lager.
Dopo tanti anni a volte mi sorprendo a rivivere con il pensiero gli episodi più significativi della mia pur breve detenzione nel lager di Bolzano (...)
Da Giorno della Memoria 27 gennaio 2002, a cura del Comune di Pavia.

 
 
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RICORDATO NEI SEGUENTI LUOGHI:
 
Pavia via Rezia 24
Pietra d'inciampo posta il 23 gennaio 2019 davanti all'abitazione di Luigi Bozzini in via Rezia 24 a Pavia....
 
Coordinate GPS del Luogo del Ricordo:
+45.183717, +09.153430
+45°11.023’, +09°09.2058’
+45°11’01.38”, +09°12’36"
 
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Elenco Caduti